Sintomi degli attacchi di panico e Diagnosi clinica del disturbo di panico


Sintomi e Diagnosi di Disturbo di PanicoDiagnosticare il Disturbo di Panico con il DSM-5

Per poter definire da un punto di vista clinico-fenomenologico un disturbo di panico (ex disturbo da attacchi di panico) occorre prima di tutto definire cosa sia un “episodio di panico”. Questo si rende necessario in quanto un attacco di panico non rappresenta di per sé un disturbo. I sintomi del panico, come tachicardia, sudorazione, sensazione di svenimento, tremori e altri sintomi elencati di seguito sono comuni ad altri disturbi psicologici sia manifestazioni di alcune patologie di natura di medico-generale come ipertiroidismo. Leggi Tutto »

Introduzione al disturbo di panico. Diagnosi e terapia psicologica breve degli attacchi di panico


Introduzione al Disturbo di Panico

Fortunatamente l’alta diffusione della sintomatologia ha permesso in questi anni, attraverso una costante ricerca-intervento nell’ambito della moderna psicologia scientifica, di trovare nuove ed efficaci possibilità di terapia psicologica in tempi davvero molto brevi rispetto al passato. In questo articolo parleremo dei principali sintomi del panico, della comprensione funzionale e delle attuali possibilità di terapia psicologica breve riabilitativa, senza uso di farmaci e senza psicoterapia. Insomma, finalmente è davvero possibile risolvere in modo naturale le crisi d’ansia rivolgendosi a professionisti adeguatamente formati all’applicazione di nuove teorie.

La moderna psicologia scientifica ha prodotto la concreta possibilità d’intervenire davvero nel qui-e-ora, lavorando all’interno del processo di mantenimento del disturbo di panico senza interminabili sedute ma attraverso approcci pragmatici. In particolare la psicologia emotocognitiva ha nettamente spostato l’attenzione clinica dai vecchi concetti di “cause passate” al reale presente della manifestazione del disturbo di panico. Non più quindi un’attenzione all’infanzia o ad arbitrarie cause inconsce (peraltro non dimostrabili), non più vecchi concetti di “trauma” né pseudo legami “causa-effetto” tra situazioni passate e manifestazione del sintomo, ma una nuova attenzione ai processi organizzativi psicofisiologici che agiscono nel qui-e-ora del disturbo.

Perché chi soffre di attacchi di panico ha una pragmatica necessità di risolvere il problema oggi, senza perdere tempo a guardare indietro dove per ovvietà non può comunque agire. Cosa possiamo fare oggi realmente per vivere domani senza il disturbo di panico? L’obiettivo è da una parte risolvere e dall’altra permettere che il disturbo non si ripresenti. Quindi è necessario agire per offrire alla persona tutti gli strumenti conoscitivi per permettere di vivere in modo autonomo, senza dipendenza da farmaci o da psicologi, senza quella sensazione di fatica quotidiana.
Quello che manca a chi soffre di attacchi di panico non è la conoscenza di sé stessi ma il “come fare” per tornare liberi di essere se stessi.

Le vecchie teorie appartenenti all’ormai superata psicologia filosofica sembrano infatti confondere il concetto reale di “causa” con il concetto di “elementi scatenanti”. La causa reale di un sintomo o di una sindrome, come oggi sta dimostrando la moderna psicologia scientifica in particolare la nuova teoria emotocognitiva, agirebbe invece contemporaneamente all’evidenziarsi dell’effetto, risiederebbe quindi esclusivamente nel qui-e-ora, nel presente dell’organizzazione psicofisiologica o, più ampiamente, biopsicoambientale. Agendo sulle reali cause del mantenimento del disturbo, gli attacchi di panico possono essere risolti in tempi molto più brevi di quello che si possa pensare. Chi soffre di attacchi di panico da anni spesso non crede che possa essere davvero possibile risolvere il problema in tempi brevi. Va detto immediatamente che una terapia psicologica breve efficace per gli attacchi di panico prevede da una parte un professionista adeguatamente formato e dall’altra la capacità del paziente di seguire il breve trattamento. E’ davvero fondamentale ricordare che l’intervento dello psicologo a indirizzo di psicologia emotocognitiva, è quasi esclusivamente psicoeducativo. E’ una terapia psicologica riabilitativa che stimolare un processo di cura naturale degli attacchi di panico, una spontanea guarigione.

L’intervento in psicologia emotocognitiva agisce quindi sul quelle che sono state scoperte essere le reali cause alla base del mantenimento del disturbo di panico, scardinate le quali si aprire la strada a un processo di soluzione naturale, senza farmaci e senza psicoterapia. Ricordiamo inoltre che non va confuso il sintomo (funzione psicofisiologica dell’organismo) con il disturbo (mantenimento a livello longitudinale della sintomatologia associata a disagio). Il vero problema non è infatti il singolo episodio attacco di panico, ma il disturbo e in particolare la costante sensazione di vivere in allarme, con una forte ansia anticipatoria.

Tornando al contenuto di questo testo introduttivo su diagnosi e terapia psicologica breve degli attacchi di panico, va detto che un “episodio di panico” è davvero molto comune nella popolazione generale e, come più volte ribadito, non rappresenta di per sé un disturbo. L’episodio di panico (crisi d’ansia o attacco di panico), descritto nella sezione dedicata alla diagnosi, come ormai ha dimostrato la psicologia emotocognitiva è una reazione spontanea involontaria dell’organismo a un incremento di tensione psicofisiologica che è stata definita tensione a-specifica.

Quando l’episodio di panico è successivo all’esposizione a specifiche situazioni è molto più probabile che ci si trovi davanti a una fobia anziché a un vero e proprio disturbo di panico. Quindi non va confusa la reazione d’ansia della fobia con il disturbo di panico propriamente detto. Per esemplificare immaginiamo una fobia tipo animali. Sintomi dell’attacco d’ansia (attacco di panico o crisi d’ansia) dovuti all’esposizione a un cane (vista del cane, pensiero che possa esserci un cane, ecc.), tali che la persona tende a evitare la presenza o soltanto la vista di un cane, rappresentano una reazione sollecitata da uno stimolo. In questo caso la diagnosi più probabile è di fobia specifica tipo animali piuttosto che di disturbo di panico. L’attacco di panico nella sua forma di disturbo, invece, non si presenta con l’esposizione a una situazione temuta ben definita, ma improvvisamente, diremo come un “fulmine a ciel sereno”, senza cioè un oggetto specifico o una chiara situazione in grado di provocarlo. Può quindi capitare teoricamente ovunque e non va confuso con una fobia.

La maggior parte delle persone che soffre di disturbo di panico si trova nella condizione di evitare buona parte dei luoghi e delle situazioni nelle quali si ritiene possa essere difficile allontanarsi in caso di crisi d’ansia (sintomi agorafobici). Per esempio le prime cose che generalmente vengono evitate sono i mezzi di trasporto pubblici, in particolare metropolitane e aerei, spostamenti in solitario, luoghi affollati fino ad attività di svago come cinema, teatro, ecc. Tutti quei luoghi e situazioni nei quali potrebbe essere imbarazzante trovarsi se si sviluppasse un attacco d’ansia oppure dai quali sarebbe difficile uscire o trovare un aiuto in caso di episodi di panico.
Esistono comunque casi per i quali la persona che soffre di attacchi di panico non evita direttamente luoghi o situazioni, sono persone che si sforzano di mantenere una vita normale e che cercano di non essere succubi del disturbo. Sono persone però che vivono tali situazioni con fortissimo senso di disagio, con fatica e enorme sforzo.
Ben presto sia l’evitare situazioni considerate a rischio che il continuo tentare di controllare con sforzo l’ansia, porta allo sviluppo di una condizione reattiva allo stato d’ansia che può presentarsi anche come un’alterazione del tono dell’umore in senso depressivo o come una sensazione di abbattimento o pessimismo rispetto al problema. La sensazione di sconforto, di non farcela più, di essere stanchi di vivere una vita a metà è piuttosto comune in chi soffre di attacchi di panico da anni.

Tra le strategie messe in atte in modo autonomo dalla persona che soffre di attacchi di panico o ansia anticipatoria c’è chi si fa accompagnare, chi cerca aiuto o costanti rassicurazione, chi porta sempre con sé farmaci, acqua o altri rimedi e c’è anche chi evita addirittura di uscire dalla propria città, dal proprio quartiere o chi smette del tutto di uscire di casa. Questi tentativi di soluzione però non risolvono l’attacco di panico. Cercare volontariamente di controllare l’insorgenza del panico, di gestirlo, di controllare l’ansia, di resistere, ecc. da una parte non produce effetto e dall’altra aggrava in realtà la situazione. Infatti, secondo la psicologia emotocognitiva, ogni azione volontaria atta a evitare la sensazione di sofferenza primaria (Baranello, 2006a) associata all’idea di poter avere un attacco di panico, porta come conseguenza la conferma psicofisiologica del problema. L’organismo reagisce a questo tentativo volontario di controllo proprio con lo sviluppo di un vero e proprio disturbo. In pratica ci si troverebbe incastrati in un circuito chiuso ridondante definito, sempre dalla psicologia emotocognitiva, “Loop Disfunzionale” (Baranello, 2006b).

La maggior parte delle persone che soffre di attacchi di panico nella propria storia ha preso farmaci con azione ansiolitica molto spesso somministrati direttamente dal medico di base. Altri pazienti abbinano farmaci ansiolitici con antidepressivi, altri ancora, soprattutto chi rifiuta il farmaco, cerca soluzione nelle cure omeopatiche o in tecniche di rilassamento o altre cure “alternative” o cosiddette “naturali”. Anche queste forme di trattamento, nella maggior parte dei casi, falliscono rispetto all’obiettivo della persona di guarire dagli attacchi di panico, in quanto rappresenterebbero metodi di tipo palliativo, tesi alla gestione dei sintomi piuttosto che alla soluzione del disturbo. Per questo la persona tende a ricorrere costantemente a uno o più rimedi, cosa che invece non accadrebbe se il disturbo non ci fosse, se fosse completamente risolto. L’effetto prodotto da questi “tentativi di cura” in genere è temporaneo, nella migliore delle ipotesi fornisce un sollievo breve e assolutamente momentaneo che può essere utile soltanto in caso di patologie mediche associate mentre risulta inutile se non patogenetico in caso di condizione sana del soggetto dal punto di vista medico generale. Per poter operare una vera e propria riabilitazione funzionale e quindi portare in tempi brevi il disturbo di panico verso una remissione completa, quindi rispondere all’esigenza di guarire completamente da ansia e panico, occorre procedere con interventi che vadano a scardinare i processi psicofisiologici che mantengono il disturbo, quelle che abbiamo già indicato come le vere cause del problema, quelle agenti nel qui-e-ora della manifestazione sintomatologica. Come anticipato in questo articolo un disturbo va corretto non curato e la persona deve poter tornare a essere libera, quindi anche libera dalle stesse cure, libera dai medici, libera dagli psicologi. L’obiettivo sanitario in psicologia deve essere quello, ove possibile, di una riabilitazione completa a lungo termine. In pratica i professionisti della salute lavorano per permette alla persona di fare a meno proprio delle cure!

In psicologia emotocognitiva preferiamo dire che è meglio risolvere un problema anziché conviverci. Inoltre va ricordato che un problema che ancora non è stato risolto non è detto che sia irrisolvibile ma che forse non è stata utilizzata la metodologia adeguata o la teoria appropriata. Molte persone che si rivolgono presso i nostri studi spesso dichiarano di convivere con il problema da una vita, dieci, venti anni, affermando di averle provate tutte. La maggior parte delle persone che si rivolge a uno psicologo formato in psicologia emotocognitiva ha subito in precedenza altri trattamenti (spesso con psicofarmaci e con psicoterapia) senza trovare però una vera e definitiva soluzione ma convinti che debbano convivere con un problema e gestirlo per tutta la vita, con i suoi alti e bassi, con uno sforzo costante che porta, inevitabilmente, a una forte sensazione di pessimismo, stanchezza e sfiducia nei confronti dei trattamenti stessi. Per questo i moderni interventi psicologici in psicologia emotocognitiva non utilizzano né psicofarmaci né psicoterapia ma esclusivamente lo strumento sanitario del colloquio psicologico, metodologie psicoeducativi per finalità riabilitative (correggere non curare!). Nei nuovi trattamenti psicologici il paziente parla pochissimo mentre è lo psicologo che spiega come funziona e, in modo molto pratico, come fare. La scienza fortunatamente va avanti e questo va sempre ricordato. Dove un tempo non c’era soluzione o poche soluzioni oggi sono disponibili nuove opportunità di risolvere. Opportunità per tutti noi di avere a disposizione nuove soluzioni.

Attraverso una terapia psicologica di riabilitazione, o con interventi prettamente educativi, secondo l’orientamento di psicologia emotocognitiva, si interviene nello scardinare i processi di mantenimento del problema, senza indagare il passato o relazioni pregresse, senza tecniche di esposizione, senza interpretazioni simboliche, senza ricorso a ipnosi e senza inganni terapeutici, ma focalizzando il trattamento sul qui-e-ora del problema, sulle reali cause agenti nel presente della manifestazione sintomatologica, per orientare l’intervento verso un immediato futuro di remissione spontanea, in genere in tempi molto brevi rispetto al numero complessivo di sedute.

Una delle importanti differenze tra le vecchie impostazioni filosofiche e la moderna psicologia emotocognitiva è aver riscontrato che le vere cause di un disturbo sono in realtà agenti esclusivamente nel qui-e-ora della manifestazione del sintomo e non legate al passato. La psicologia emotocognitiva distingue infatti la reale causa di un problema da quelli che potremmo definire semplicemente “fattori scatenanti”. Per questo i vecchi trattamenti a impostazione filosofica non hanno dimostrato capacità predittiva circa gli esiti del trattamento e hanno prodotto trattamenti lunghi e spesso senza una reale soluzione del problema. Il vecchio concetto del “conosci te stesso” non ha prodotto i risultati. Al contrario per la psicologia emotocognitiva ognuno di noi in realtà conosce perfettamente se stesso e, quando si trova in una fase di disturbo, quello che semplicemente non conosce è COME FARE per risolverlo.

a cura del Dott. Marco Baranello

come citare questa fonte:
Baranello, M. (2017)
Introduzione al Disturbo di Panico.
SRM Psicologia, panico.info, Roma 27.06.2017


Bibliografia di Riferimento

  • Baranello, M. (2006a) i concetti di sofferenza primaria e sofferenza secondaria in psicologia emotocognitiva. SRM Psicologia Rivsta – Psyreview, Roma 26 giugno 2006.
  • Baranello, M. (2006b) psicologia emotocognitiva: il loop disfunzionale. SRM Psicologia Rivsta – Psyreview, Roma 10 marzo 2006.